Il Galeon fatale

Lam
Siamo la ciurma anemica
Mi7          Lam
d’una galera infame
Rem             Lam
su cui ratta la morte
Mi7             Lam
miete per lenta fame.
_
Mai orizzonti limpidi
schiude la nostra aurora
e sulla tolda squallida
urla la scolta ognora.
_
I nostri dì si involano
fra fetide carene
siam magri smunti schiavi
stretti in ferro catene.
_
Lam              Mi7
Sorge sul mar la luna
Lam
ruotan le stelle in cielo
Rem             Lam
ma sulle nostre luci
Mi7                Lam
steso è un funereo velo.
_
Torme di schiavi adusti
chini a gemer sul remo
spezziam queste catene
o chini a remar morremo!
_
Cos’è gementi schiavi
questo remar remare?
Meglio morir tra i flutti
sul biancheggiar del mare.
_
Remiam finché la nave
si schianti sui frangenti
alte le rossonere
fra il sibilar dei venti!
_
E sia pietosa coltrice
l’onda spumosa e ria
ma sorga un dì sui martiri
il sol dell’anarchia.
_
Su schiavi all’armi all’armi!
L’onda gorgoglia e sale
tuoni baleni e fulmini
sul galeon fatale.
_
Su schiavi all’armi all’armi!
Pugnam col braccio forte!
Giuriam giuriam giustizia!
O libertà o morte!
Giuriam giuriam giustizia! O libertà o morte!

Adattamento musicale di Paola Nicolazzi (sulla melodia della canzone popolare Se tu ti fai monaca) della poesia “Schiavi” di Belgrado Pedrini, scritta nel carcere di Fossombrone nel 1967.

 

L’acqua guarisce

Fuga dal loculo cittadino, fuga dalla gabbia del quotidiano.

Per angoli di mondo dove la bellezza non si paghi…

…e luoghi dove per la libertà non sia richiesta nessuna tessera.

Perchè non è umano vivere come viviamo.

Noi questo lo sappiamo.

 

 

“Ci sarà per noi un angolo pulito, in un mondo di mercanti dove il meglio l’ho rubato”♫ ♪

 

 

 

 

Carbon tax e gilet gialli, la contraddizione è iniziata, ne vedremo delle belle…

Qualche riflessione…

In Francia in questi giorni un “movimento nato su internet” ha portato in “piazza” 220.000/250.000 persone (altri dicono 280.000/300.000). Strade e soprattutto autostrade bloccate in oltre 150 punti del Paese. Un morto, 409 feriti (di cui 14 gravi) e 282 arresti. Non bruscolini.

Non c’è Diritto che tenga, è quando tocchi il portafoglino che “il popolo” si mobilita davvero.

Motivo della discordia: la tassa “ecologica” sul carburante.

Ho cercato di ricostruire la cosa.

Bisogna tornare indietro negli anni per comprendere meglio gli esiti di un processo già avviato, quando venne approvato il progetto di transizione energetica per la Francia, disegno di legge a lungo raggio che mira ad attestare la quota di energia nucleare al 50% nella produzione di elettricità entro il 2025, ridurre il consumo finale di energia del 50% entro il 2050 rispetto al 2012 e diminuire del 50% il volume dei rifiuti da discarica entro il 2050. Tra gli obbiettivi aumentare la quota di energie rinnovabili al 32% del consumo finale lordo di energia nel 2020 e 32% nel 2030, ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 40% tra il 1990 e il 2030 e del 75% al 2050 e diminuire il consumo di combustibili fossili del 30% nel 2030 rispetto al 2012.

Tanti buoni propositi.

Siccome le norme prevedono anche tutta una serie di incentivi, agevolazioni fiscali e provvedimenti importanti e impegnativi ci sono state perplessità sul reperimento dei fondi necessari.

Dove prendere i soldini per la transizione Green?

Carbon tax sull’uso di combustibili fossili! Da 14,50 euro a 22 euro per tonnellata nel 2016 a 56 euro nel 2020 e a 100 euro nel 2030.

La carbon tax è in prima linea anche nella strategia climatica seguita da Macron.

La lotta contro il cambiamento climatico richiede di pagare il prezzo reale del carbone per limitarne il consumo. Gli studi dimostrano che un prezzo di 100 euro per tonnellata entro il 2030 non sia sufficiente per limitare l’aumento della temperatura entro i 2 ° C”.

100 euro entro il 2030 non bastano.

Così in questi giorni l’esecutivo francese ha deciso di aumentare dal 2019 il prezzo al litro del gasolio di 6,5 centesimi e di 2,9 centesimi quello della benzina. La misura ha esasperato i francesi che avevano già visto l’aumento nel 2018 del gasolio del 23% e della benzina 15%.

Il primo Ministro risponde “siamo convinti che le tasse debbano pesare più sul carbone che sul lavoro” un gioco semantico quando si ha bisogno del carburante per andare a lavoro.

Una sfida quella della Francia? Una necessità?

Interessi economici si intrecciano con interessi pubblici. A pagare il prezzo più alto delle nuove politiche sempre i più poveri. Eppure i dati sui cambiamenti climatici mettono paura.

La contraddizione ha inizio.

“Ops, va invertita la rotta, scusate, abbiamo sbagliato strada”.

Il cambiamento non è stato ben preso in Francia, e “il popolo” non ha condiviso lo stesso entusiasmo del suo governo per l’impresa.

Non è il primo episodio e sicuramente non sarà l’ultimo. Ne vedremo delle belle. Sempre di più.

Ecologia, economia, politica, si intrecciano e si avvicendano mentre  il collo dell’imbuto si fa sempre più stretto.

La contraddizione ha inizio.

Le risorse non sono infinite ed ora si vuole invertire la rotta.

“La polizia ha spiegato che è molto difficile rispondere alle mobilitazioni: perché sono diffuse, perché spesso sono improvvise e non autorizzate e perché sono composte da persone che non sono abituate a protestare.”

500 feriti, una vittima, tirapugni, aggressioni alle forze dell’ordine, posti di blocco autogestiti in modo sparso. Segnalati anche episodi di omofobia e intolleranza.

Tutto parte da una pagina Facebook. Immagino il livello del dibattito, governo ladro o giù di lì.

Disastri ambientali, rischio climatico, “grandi opere”, gasdotti criminali, foreste rase al suolo, nazionalismi, migrazioni, sfruttamento di ieri e di oggi, diritti calpestati… e che dire di questo mostro chiamato “popolo”? Sempre gregge. Un popolo che sa muoversi per il caro carburante senza comprendere e far suo tutto il sistema delle responsabilità di questo disastro, mentre i diritti muoiono sul Brennero, sul mare.

Fa male quando i soldi muovono più persone dei diritti, della vita, ma forse aveva proprio ragione Dostoevskij…

 

 

 

Su Mastodon, Bida e tutto il resto

Provo a scrivere qualcosa sulla mia esperienza in questo spazio virtuale dove mi sono trovata catapultata/redirezionata casualmente mentre quest’estate mi avviavo alla mia super avventura in alta montagna.

Su Facebook non se ne poteva più di leggere merda tutti i giorni, bisogna dire che queste elezioni, Salvini, hanno fatto emergere davvero il peggio dalla moltitudine di “amicizie” varie ed eventuali. L’irreparabile. Ho litigato con conoscenti, amici, parenti. E’ duro quello che sto per dire, ma ho capito come mai in tempi di rivoluzione è volata la testa anche di qualche fratello. Mi sono fatta il sangue amaro. Ma anche l’uso che ne facevo era sbagliato. Stupido. Superficiale. Solo oggi me ne rendo conto, perché anche io ero assuefatta un po’ dalla vetrina. Perché di vetrina si trattava. Si va sulla bacheca come sul corso nei paesini, non per incontrare gli altri, ma per farsi vedere con la nuova maglia o la macchinetta nuova. Anche le opinioni sono diventate vestitini per l’ego. Un giorno una tipa cazzuta che conosco e che da un po’ tampinava con ‘sta faccenda dell’elefante e di questo fantomatico social network alternativo ha scritto un post del tipo “da domani considererò tutti quelli che rimangono su Facebook servi del capitale”. La conosco quel che basta per sapere che è da lei e la cosa mi fece sorridere:) Ero arrabbiata, piena, avvilita, frustrata. L’ostinazione con cui invitava a spostarsi mi convinse ad affacciarmi di qua.

Mi sono iscritta nella totale ignoranza della piattaforma, senza conoscere questo oscuro mondo che riguarda in primis il tema della privacy, tra i più sottovalutati della storia. E ora che le cose si fanno sempre più nere, è il caso di iniziarci a pensare.

Nell’ultimo anno ho inquadrato decisamente meglio la realtà che mi circonda. L’urgenza. Non che prima non la inquadrassi, l’ho sempre inquadrata, solo che  adesso riesco a farlo in termini più concreti. Concreti soprattutto in termini di frustrazione e responsabilità. Oggi che sto bene la sento forte. Oggi che le cose si mettono davvero male non voglio non esserci. Prima ero troppo impegnata a venire fuori dai miei guai. Oggi sento di avere la forza per oppormi e avverto più che mai la responsabilità di questo decadimento.

Ho staccato da facebook senza nessun dolore e questo per me è stata una piacevole sorpresa.

Di qua non ho trovato quel mondo chiuso che mi aspettavo. Non sono ammessi messaggi razzisti, sessisti e fascisti, e questo è già un paradiso! Propaganda partitica istituzionale, quindi grillini, piddini vari e derivati ciao ciao. Poi va bè, non è ammessa la pubblicità, perfetto, nè messaggi offensivi e denigratori finalizzati al semplice insulto o alla minaccia personale, e mi pare ragionevole. Del resto c’è molta libertà. Ma anche gentilezza. Liberi di dire stronzate, elucubrazioni, pipponi, liberi di sfogare frustrazioni, di condividere progetti, idee, saperi,  riflessioni. E poi va bè. tanta informazione antagonista, rete, iniziative. Certo non è il luogo dei selfie e dell’autocelebrazione. Se vieni ascoltato è per i contenuti che porti, non per la tua faccia o per la tua popolarità, per gli amici che hai o non hai.

Ho lanciato il mio primo toot come nell’etere, non conoscendo affatto chi avrebbe potuto rispondere. Ma qualcuno è arrivato a salutarmi e a darmi il benvenuto. Ho trovato molta franchezza e questa è una bella cosa. A livello sociale mi pare Bida faccia quasi un passo in più, nel senso che come social non votato all’autocelebrazione mi  pare saper agevolare davvero la relazione e il confronto, che forse dal vivo si svolgerebbe con mille paranoie e condizionamenti in più. Penso di aver fatto delle belle chiacchierate, di aver letto delle belle discussioni, di aver potuto dire la mia e di aver avuto anche lo spazio per sdrammatizzare. Sono arrivata su Bida col calice pieno e incoraggiata dagli altri ho sviluppato questo blog dove riversare tutto quello che non so dove mettere, perchè non c’è spazio altrove. Qui mi sono sentita ascoltata, cosa che “lì” non avveniva.

Ho avuto modo di rafforzare le mie idee e di sentirmi meno sola, di stare lontana dalla merda e tenere pulito il mio pensiero, di imparare cose nuove e capirne delle altre.

Tempi bui ci aspettano, la barbarie vera e propria non è lontana e credo che Bida, la direzione che ci indica quest’iniziativa possa diventare davvero un faro, una direzione da seguire, oltre che uno strumento importante per noi che abbiamo scelto di stare di qua.

Sul Tso al ragazzo di Genova e gli educatori oggi

Un ragazzo si siede sul cornicione di quel che resta del ponte Morandi. Notato e raggiunto il ragazzo si fida e si fa accompagnare indietro ma finisce in Trattamento Sanitario Obbligatorio. Ha 25 anni, niente di più, di lui, della sua storia, nessuna traccia. Alcune testate giornalistiche parlano di suicidio ma di fatto il ragazzo si è seduto sul cornicione, in estrema esposizione ma seduto. In psichiatria se ti mettono il bollino di possibile suicida il Tso è da procedura. E’ da procedura per tutti i disgraziati che non trovano altre forme di sostegno. Il tema mi tocca molto da vicino e per questo voglio scriverne. Il fatto è che ho vissuto queste esperienze in prima persona. “Queste” perché sono “diverse” esperienze, non una. Vorrei parlarne non per menarmela ma per portare qualcosa al discorso. Non voglio scendere nei particolari anche se a dirla tutta sarebbe molto interessante, avrei molto da dire su T.S.O, Ser.T., Psichiatria, Spdc. Da un servizio di Diagnosi e Cura dove mi rinchiusero riuscii anche a scappare!! Sarebbe fico potervelo raccontare:) Per ora diciamo che sono stata una ragazza difficile. Oggi che sono riuscita ad “inserirmi nel mondo del lavoro”, ad avere un lavoro “rispettabile” e “stabile”, oggi che sono “rispettabile” agli occhi di mio padre, del mondo, di Dio, posso parlarne, altrimenti sarebbe un tabù e me lo terrei per me, non troverei più lavoro, le persone   sapendo dei miei trascorsi non si fiderebbero ecc ecc. La mia storia la conoscono solo le persone che mi sono vicine e chi mi ha conosciuta e incontrata quando ero una mina vagante, credo di poterne parlare qui oggi  perché tanto al di là di Mastodon non se lo incula nessuno il mio blog e in ogni caso con un lavoro a tempo indeterminato possono baciarmi il culo. I segni che ho sulle braccia in realtà parlano più di me. In quanti lavori ho dovuto nasconderli! Le maglie a maniche lunghe anche d’estate, nei tirocini, all’università. Non sapere mai cosa mettere, cosa rispondere. Mi vergognavo. Mi difendevo. Oggi me ne sbatto i coglioni, non ho più bisogno di difendermi, questo perché ho una “posizione” che me lo permette, ho accumulato un po’ di “anni di rispettabilità” e oggi posso relegare il mio dramma ad un sintetico “ho avuto un’adolescenza turbolenta”. Se mi chiedono qualcosa sulle braccia rispondo come mi viene a seconda della persona che ho davanti. Sul lavoro i primi mesi le ho sempre nascoste, poi se il lavoro andava avanti finivo per scoprirmi, aspettavo che le persone si fidassero prima di me. Non è stato facile, avrei tante storie da raccontare. Dai 15/16 anni fino ai 23/24 anni è stato il delirio. Infine ne sono venuta fuori. Rimangono le mie fragilità, ma queste non sono più così pervasive. A 24 anni mi sono iscritta all’università, a 27 mi sono laureata. Ho scelto Educatore Professionale, volevo lavorare in psichiatria per fare patrimonio della mia esperienza e portarla in quel brutto mondo che avevo conosciuto. Sono uscita con una super tesi sul Disturbo Borderline di personalità, dalla diagnosi verso l’uomo. Veramente una bellissima tesi dove dalla diagnosi si arrivava ad un approccio esistenzialista e fenomenologico dell’esperienza. Fu anche un lavoro di autoanalisi. Presi pure un bel 107, inculo a tutti. Dopo la laurea sono entrata nel favoloso mondo delle sostituzioni nelle “istituzioni della cura” residenze, centri diurni, disabilità e psichiatria. Poi sono finita in un postaccio gestito da una grossa cooperativa, e lì quanta merda ho visto e combattuto! Se scendessi nei particolari si sprecherebbero le pagine. Si sprecherebbero i fogli. Infine ho trovato in una piccola cooperativa che si salva, di cui posso non vergognarmi, c’è della buona fede e la dignità delle persone è rispettata ma c’è molto da fare anche qui.

Conosco molti educatori, tutte persone aperte e libertarie, eppure tutte vittima delle istituzioni in cui lavorano. Da Basaglia in poi non siamo andati molto avanti. Dove sono finite tutte quelle istanze di libertà? Dov’è finito tutto quel proliferare di cultura, pensiero? Educatori precari che accettano lo schifo che trovano. Che si giocano la coscienza per il lavoro. Omertà e silenzio. Io la coscienza non me la sono giocata, per fortuna. Ho fatto le mie guerre, e non è stato facile. Un episodio in particolare fu molto grave, lo portai alla ribalta e aprii un caso con coordinatore e colleghi. Scrissi una relazione che mise in crisi il servizio ma avrei dovuto addirittura denunciare alla forze dell’ordine dal momento che c’era un precedente gravissimo. Ancora mi pento di non averlo fatto. Ero da sola. Potevo fare la guerra vera ad un colosso? Chi mi avrebbe assunta dopo? Nessuno dei miei colleghi mi sostenne davvero, ero disposta a perderlo il lavoro, a quel punto non me ne fregava niente, avrei chiesto l’elemosina pur di salvarmi la coscienza. Creato un po’ di scompiglio mi dislocarono da un’altra parte e misero a tacere la cosa. Infine cercai un altro lavoro e li mandai affanculo.

Dove sono gli altri educatori come me? A quanto pare in giro a bere birrette ce n’è una marea.

Possibile anche qui ognuno chiuso nel suo ricatto personale? Tutti ad accettare istituzioni mostro dove dietro tanta carta e finti progetti rimane soltanto negazione, trascuratezza e coercizione? Tutti impostati su regole e norme assurde, sulla negazione dell’altro come soggetto attivo nella costruzione della sua realtà. Quando si lavora in posti simili si rischia di perdere il punto di vista, cose mostruose se accettate dall’istituzione e dalle persone che ne fanno parte finiscono per sembrare normali anche a chi cose simili non farebbe mai. Per tre, sei mesi, un anno di contratto di lavoro? Credetemi non ne vale la pena. Quando ci sono di mezzo le persone il discorso che “accetto il ricatto di stare zitto per necessità” decade. Ma anche il discorso “combatto sommessamente per cercare di cambiare le cose” non vale. Questi educatori non fanno altro che costruire quell’impalcatura di carta, progetti e belle parole che queste strutture usano per coprire le loro realtà.

Ho subito e visto cose da galera.

Perché non c’è una riflessione di categoria? Dove sono tutti gli educatori? Parlano dell’Albo… ma fottetevi voi e l’albo.

Questa situazione è colpa nostra. E’ colpa di chi lavora nelle strutture e nei servizi si lamenta e non fa nulla. Potete prenderlo come un appello. Mi piacerebbe un movimento che partisse dagli educatori. La questione è capitale. Non facciamoci scippare vita e coscienza, ci pentiremo di aver riconosciuto il male e di essere rimasti a guardare in silenzio accampando scuse. Ci sono poi quelli che fanno carriera e accettano le regole del gioco, a casa fanno gli antifascisti e a lavoro fanno i padroni. Ci  sarebbe molto da fare. Perché abbiamo lasciato cadere il discorso così? Dopo Basaglia, dopo le riflessioni degli anni ’70 si è spento tutto, farmaci, Tso e strutture lager nascoste da tanta bella carta.   Perché gli educatori non si uniscono? Perché non c’è un dibattito vero nella categoria? Io credo davvero in un “educazione” libertaria, non coercitiva, che tiri fuori e non reprima le soggettività, io credo davvero che il mio lavoro sia importante e non mi dimentico di lavorare per le persone e non per l’ordine costituito, l’istituzione, il decoro e i regolamenti assurdi.

Ma andiamo avanti così che va bene.

Io

Piccolo scritto precedente  su malattia mentale e antipsichiatria.

Se i precari si fermassero…

Quanta merda abbiamo mangiato, mangiamo e mangeremo?

C’è un limite?

Se penso a quello che ho subito da quando ho iniziato a lavorare, se penso a quello che hanno subito e continuano a subire le mie amiche, amici, compagne e compagni, non mi do’ pace. Se penso a quello che avete vissuto voi che state leggendo, non mi do’ pace. Non mi do’ pace anche se oggi ho trovato un posto semi-decente dove lavorare, questo non mi basta e non mi consola, non mi fa dimenticare quello che ho vissuto e che stanno continuando a vivere altre persone.

Se i precari si fermassero si fermerebbe l’Italia.

Ma andiamo pure avanti isolati come monadi, andiamo bene così. Campiamoci come possiamo mese per mese con buona pace dei nostri padroni. Sono riusciti ad isolarci,  a ghermire col ricatto tutta la storia della nostra dignità. Dall’Europa della globalizzazione alla Legge Biagi passando per il Job Act all’abolizione dell’articolo 18… consumatori, e forza lavoro da sfruttare a piacimento. Questo siamo per loro. Potrei raccontare storie da brivido, e chissà quante anche voi.

Ora poi la questione immigrazione ha scoperchiato la pentola…

Quale lotta possibile allora? Cosa fare per creare una coscienza di classe nel precario e nello sfruttato per farlo uscire dall’isolamento del ricatto? Solo quando avremo coscienza del fatto che se si rende possibile ledere i diritti di uno si rende possibile ledere i diritti di tutti, solo allora potrà succedere qualcosa.

Ma qui sta l’inghippo anarchico: l’anarchico non vuole lottare per migliori diritti in un sistema criminale, l’anarchico vuole abbatterlo questo sistema criminale! Egli crede nella possibilità di una società giusta, illuminata, autogestita, federata, fatta dai suoi individui, basata sui principi di impegno attivo e partecipato, di solidarietà, mutuo aiuto, ascolto, condivisione del sapere, uguaglianza, antirazzismo, antisessismo e antifascismo. Quando sovrastrutture e istituzioni prendono il sopravvento sulla partecipazione diretta delle individualità alla costruzione della propria vita non è mai bene. Non è mai bene abituarsi a delegare troppo la propria vita. Ci si impigrisce. Le strutture che l’uomo si da’ tendono a creare centri di potere, a far arricchire pochi a discapito di molti. Quando si delega la propria vita succede così, qualcun’altro è invogliato a rubartela.  E se non te la stanno rubando la stai rubando tu a qualcuno, senza nemmeno saperlo, con la tua indifferenza. L’anarchico è puro e se vai a vedere è quello che crede di più nell’uomo e nelle sue possibilità, è per questo che io sono con lui. Va’ subito al nocciolo. L’anarchico il problema l’ha sempre capito  prima e anche col comunismo ci aveva preso.

Ma se la creazione di una coscienza collettiva non passa attraverso la lotta per i diritti, per dove passa??

Per fare la rivoluzione servono le coscienze, e su questo non si transige. Non quelle viziate dall’ego, non quelle addomesticate dal dogma e nemmeno quelle che hanno eletto l’isolamento a principio. Servono nuove coscienze.

Cosa manca ancora? Quanta merda abbiamo mangiato e quanta ancora ne dobbiamo mangiare?

A  me pare che oggi più che mai tutti i nodi stiano venendo al pettine. Siamo testimoni degli esiti esasperati di ciò che abbiamo accettato e non facciamo più fatica a vedere la curva discendente del positivismo capitalista che ci ha portati qui. Questa si avvicina sempre di più e sempre più velocemente. Non funziona. Non funziona niente.

Ma quale lotta quando anche gli ultimi si considerano “dei ricchi a cui sta solo andando momentaneamente male” (cit.)? Quando anche lo sfruttato accetta per buone le regole del gioco criminale e non aspetta altro che il dado cacci il numero giusto?

Come sviluppare una coscienza di classe nel precario che oggi in questo sistema fa le veci delle batterie del film Matrix?

Sogno uno sciopero generale dei precari.

(sfogo notturno dopo l’ennesimo racconto di sfruttamento lavorativo subito da un’amica)

Ai giovani – Petr Kropotkin

Per me… tra i più belli di sempre.

I

È ai giovani che qui voglio parlare. I vecchi – vecchi di cuore e di spirito – possono fare a meno di affaticarsi inutilmente in una lettura che non comprenderanno.

Io immagino che voi siete giovani dai diciotto ai vent’anni, che avete terminato il vostro tirocinio professionale o i vostri studi, e state per entrare nella vita. Immagino che voi avete lo spirito libero dalle superstizioni che si cerco di instillarvi, che non avete paura del diavolo e non credete nelle fandonie dei preti; e, ciò che più importa, immagino che voi non siate di quegli zerbinotti, triste prodotto di una società decrepita, che vanno per le vie pavoneggiandosi coi loro pantaloni alla mo- da e colla faccia da scimmiotti, avidi soltanto di godimenti brutali… Immagino, insomma, che voi siate giovani dal cuore ardente ed entusiasta, ed è perciò che mi rivolgo a voi. 

Cosa voglio diventare? – vi sarete chiesti tante volte. So che questa e una delle prime domande che vi si presentano al momento di entrare nella vita. Difatti, quando si è giovani, si capisce che non è per farne un sistema di sfruttamento che si è studiato per molti anni – a spese della società, notate bene – un’arte od una scienza, e bisognerebbe essere ben corrotti, ben guasti dai vizi, per non aver mai sognato un più o meno lontano avvenire nel quale avreste applicato la vostra intelligenza, le vostre attitudini, il vostro sapere a vantaggio di quelli che gemono oggi nella miseria e nell’ignoranza.

Voi siete di quei giovani che hanno sognato ciò; ebbene, vediamo cosa farete per realizzare il vostro bel sogno.

* * * 

Io non so in quale condizione tu sei nato. Forse, favorito dalla sorte facesti studi scientifici per diventare medico, avvocato, ingegnere, artista; un vasto campo ti si apre dinanzi e entri nella vita con larghe cognizioni e con provate attitudini. Ovvero sei un onesto operaio e le tue cognizioni scientifiche si limitano al poco che imparasti a scuola, ma hai però potuto conoscere da vicino la dura e faticosa esistenza che conducono i lavoratori. Per ora mi fermo alla prima ipotesi, verro` poi alla seconda; ammetto dunque che tu abbia ricevuto un’educazione scientifica. Supponiamo che tu voglia diventare medico.

Domani un uomo, vestito col camiciotto dell’operaio, verra` a cercarti per visitare un’ammalata Egli ti condurra` in una povera casa di un quartiere operaio, salendo le scale senti che 1’aria è viziata e corrotta; troppa gente vi è con poca igiene; in una camera triste e fredda trovi l’ammalata stesa in un lettuccio. Alcuni fanciulli pallidi, lividi, tremanti sotto i loro stracci, ti guardano con gli occhi spalancati. Il marito ha lavorato per tutta la vita, dieci e dodici ore al giorno; ora è disoccupato da tre mesi. La disoccupazione non è rara nel suo mestiere; essa si ripete periodicamente tutti gli anni; ma altre volte, quand’egli era senza lavoro, la moglie guadagnava qualche lira al giorno in una lavanderia de1 rione: ora sono due mesi che è ammalata e la miseria ha invaso la povera casa.

Cosa consiglierai tu, dottore, a quella povera ammalata, tu che hai indovinato che la causa della malattia è l’anemia generale, la mancanza di buon nutrimento e d’aria pura? Una buona bistecca ogni giorno? Un po’ di moto all’aria aperta? Una stanza sana e ben arieggiata? Ironia. Se essa l’avesse potuto, l’avrebbe già fatto senza aspettare i tuoi consigli! 

Se tu hai il cuore buono, se la tua parola è franca, e il tuo sguardo onesto, que11a famiglia ti racconterà un’infinità di miserie. Essa ti dirà che da11’altra parte del tramezzo quella donna che tossisce tanto crudelmente è una povera stiratrice; che una scala più sotto tutti sono ammalati di febbre; che la 1avandaia del pianterreno non arriverà nemmeno a primavera; e che nella casa vicina si sta ancor peggio. Cosa dirai tu a tutti questi ammalati? Buon nutrimento, cambiamento di clima, lavoro meno pesante?… Tu vorresti poter dire tutto questo, ma non ne hai, il coraggio ed esci di là col cuore spezzato ed una bestemmia sulle labbra. 

L’indomani mentre tu pensi ancora a quelle strazianti miserie un servitore viene a cercarti con una carrozza. È per la padrona d’un ricco palazzo, per una signora spossata dalle notti insonni, che sciupa tutto il suo tempo dalle sarte, a far visite, nei ricevimenti mondani, a litigare con un marito imbecille. Tu, come medico, consiglierai una vita più attiva, un cibo meno calorico, passeggiate al fresco della sera, la calma dei nervi e un po’ di ginnastica da camera per sostituire la mancanza di lavoro produttivo… Così vedi che una donna muore perché in tutta la sua vita non ha mai potuto riposarsi nè mangiare abbastanza, e un’altra langue perché in tutta la sua vita ha mangiato troppo e non ha mai lavorato. Se sei uno di quei caratteri frolli che si rassegnano a tutto, che alla vista dei dolori più strazianti si consolano con un sospiro o con un bicchiere di vino, allora ti abituerai presto a questi contrasti, e, spinto dalla natura egoista, non avrai più che un’idea, quella di collocarti tra i gaudenti, per non trovarti fra i miserabili. Ma se sei «un uomo», se in te, ad ogni sentimento, risponde un atto di volontà, e 1’animale non ha sopraffatto 1’essere intelligente, allora verrà un giorno che tornerai a casa tua dicendo: «No, tutto ciò non è giusto, non dev’essere così Non si tratta di guarir le malattie, bisogna prevenirle. Un po’ di benessere, un po’ di sviluppo intellettuale basterebbero a sopprimere metà delle malattie e a guarire gli ammalati. Vadano dunque al diavolo le medicine! Aria, cibo, lavoro meno gravoso, ecco ciò che ci vuole. Senza questo la professione di medico non è che un inganno, una frode». Quel giorno, tu avrai compreso il socialismo anarchico, vorrai conoscerlo da vicino, e se 1’altruismo non è per te una vana parola, se tu applichi allo studio della questione sociale la severa indagine del naturalista, finirai per trovarti nelle nostre file e lavorerai, come noi, per la rivoluzione sociale. 

***

Ma, forse, tu dirai: «Vada al diavolo la pratica! Voglio consacrarmi alla scienza pura come l’astronomo, il fisico, il chimico. La scienza porterà sempre i suoi frutti almeno alle future generazioni!» Bene! Però, intendi prima su ciò che tu cercherai nella scienza. Sarà semplicemente per il piacere – immenso, è vero – che lo studio dei segreti della natura e 1’esercizio delle nostre facoltà intellettuali? In questo caso io ti domanderò : qual differenza passa fra lo scienziato che coltiva la scienza per passare piacevolmente la vita e 1’ubriacone che cerca nella vita il piacere immediato e lo trova nel vino? Lo scienziato ha certamente scelto una fonte migliore di soddisfazioni, perché la scienza gliele procura più intense, più durevoli; ma è tutto qui! L’uno e 1’altro, lo scienziato e 1’ubriacone, hanno lo stesso scopo egoista, il piacere individuale

Ma no, tu non vuoi vivere come un egoista. Lavorando per la scienza, vuoi lavorare per 1’umanità, ed è con questa idea che vuoi guidarti nella scelta delle tue ricerche… 

Bella illusione! E chi non l’ha accarezzata un momento questa illusione, quando per la prima volta si consacra alla scienza?

Ma allora, se realmente tu pensi all’umanità, se è ad essa che miri coi tuoi studi, una obbiezione formidabile si leva davanti, perché, se hai rettitudine di giudizio vedrai subito che nella società attuale la scienza non è che un oggetto di lusso, che serve ad abbellire la cita di pochi privilegiati e resta inaccessibile alle masse. 

Difatti è più di un secolo che la scienza ha stabilito esatte nozioni cosmologiche, ma quanti sono che le posseggono o che hanno acquistato uno spirito di critica veramente scientifico? A mala pena qualche migliaio d’uomini perduti in mezzo alle centinaia di milioni che vivono ancora fra pregiudizi e superstizioni degne dei barbari, e quindi esposti a restar vittime degli impostori religiosi e politici. Se poi si getta uno sguardo su ciò che la scienza ha fatto per elaborare le basi razionali dell’igiene fisica e morale, si trova che essa indica come vivere per conservare la salute deI corpo, come mantenere in buona condizione le popolazioni, come raggiungere la felicita intellettuale e morale; ma tutto il lavoro immenso compiuto e indirizzato a tali scopi è rimasto lettera morta nei nostri libri. E perché ciò? Perché oggi la scienza non è fatta che per pochi privilegiati, perché 1’ineguaglianza sociale che divide la società in due classi, quella dei salariati e quella dei detentori del capitale, fa si che tutti gli insegnamenti sulle condizioni adatte ad una vita razionale siano come un’ironia per i nove decimi dell’umanità. Potrei citare molti altri esempi, ma sarò breve. Usciamo soltanto dal gabinetto di Faust, dove i vetri polverosi e anneriti lasciano appena passare un tenue raggio dell’immensa luce del sole, e guardiamoci attorno: ad ogni passo troverete voi stessi, o giovani, la prova di quanto vi dico. 

Ora non è più il tempo di accumulare nascostamente verità e scoperte scientifiche. Anzitutto importa diffondere le verità acquisite dalla scienza, farle entrare nella vita, renderle proprietà comune. Occorre che tutti possano assimilarsele, applicarle; occorre che la scienza cessi di essere un lusso e diventi la. base della vita di tutti. Giustizia lo vuole..

Dirò di più: è lo stesso interesse della scienza che impone. La scienza fa progressi reali solo quando ogni nuova verità trova un ambiente preparato ad accoglierla. La teoria dell’origine meccanica del calore, enunciata quasi negli stessi termini da Hirn e da Clausius, restò per ottant’anni sepolta nelle memorie accademiche, finché le cognizioni fisiche furono bastantemente diffuse per creare un ambiente capace di accettarla. Tre generazioni dovettero succedersi perché le idee di Erasmo Darwin sulla variabilità delle specie fossero favorevolmente accolte dalla bocca del suo pronipote e venissero ammesse dagli scienziati accademici, non senza la pressione della pubblica opinione. Lo scienziato, come il poeta e 1’artista, è sempre il prodotto della società nella quale vive e opera.

***

Ma se si entra in quest’ordine di idee, voi capirete che anzitutto bisogna modificare profondamente uno stato di cose che condanna lo scienziato a rigettare le verità scientifiche e la quasi totalità degli esseri umani a restare quello che era cinque, dieci secoli fa, cioè schiavi e macchine, incapaci di comprendere ed assimilare i dati e le scoperte della scienza. Il giorno in cui voi sarete penetrati da questa. idea vasta, umanitaria e profondamente scientifica, avrete perduto il desiderio della scienza pura. Vi metterete alla ricerca dei mezzi capaci di operare questa trasformazione, e se porterete nelle vostre ricerche l’imparzialità che vi ha guidati nelle investigazioni scientifiche, abbraccerete necessariamente e logicamente la causa del socialismo anarchico; abbandonerete i sofismi e verrete a schierarvi fra noi, stanchi di lavorare per procurar godimenti ad un piccolo gruppo di soddisfatti che gode gia tanto, e metterete le vostre cognizioni e 1’opera vostra al servizio immediato degli oppressi. E siate certi che allora il sentimento del dovere compiuto e il vero accordo stabilito fra i vostri sentimenti e le vostre azioni, vi faranno scoprire in voi stessi forze e attitudini di cui non avevate nemmeno sospettato 1’esistenza. E quando un giorno – che non è lontano – la trasformazione per la quale avrete lavorato si opererà, allora. traendo nuove forze dal lavoro scientifico collettivo, e col potente concorso delle schiere di lavoratori che verranno a mettere le loro forze al suo servizio, la scienza prenderà un nuovo slancio in confronto al quale i lenti progressi dei nostri giorni sembreranno dei semplici esercizi da scolari. Allora soltanto potrete godere della scienza; ma non soltanto voi; il godimento e la soddisfazione saranno per tutti.

II

Se alcuni di voi, o giovani, terminate i vostri studi di diritto e vi preparate per l’avvocatura, e pure facile che vi facciate delle illusioni sul vostro avvenire. Io ammetto che siate buoni di cuore, di quelli che conoscono l’altruismo. Voi pensate forse cosi: «Consacrare 1’esistenza ad una lotta senza posa contro tutte le ingiustizie, dedicarsi costantemente aI trionfo della legge, vera espressione della giustizia umana: ecco la nostra vocazione. Dove trovarne una più bella?» E così entrate nella vita pieni di fede in voi stessi, pieni di entusiasmo per la vocazione che avete scelto.

Ebbene, apriamo a caso la cronaca giudiziaria e vediamo ciò che vi dice la cruda realtà.

Ecco un ricco proprietario; egli domanda lo sfratto di un contadino che non gli ha pagato 1’affitto. Dal punto di vista legale, non c’e da esitare: poiché il contadino non paga, deve andarsene. Ma se noi analizziamo il fatto, ecco ciò che troviamo: il proprietario ha sempre sciupato le sue rendite in allegri banchetti, il contadino ha sempre lavorato; il proprietario non ha fatto nulla per migliorare le sue terre, e nondimeno il loro valore si è triplicato in cinquant’anni, grazie al maggior valore acquistato col tracciato di una ferrovia, con le nuove strade comunali, col prosciugamento delle paludi, col disossamento del terreno incolto e il contadino, che ha contribuito più di tutti a dare questo maggior valore alla terra, si è rovinato: è caduto nelle unghie dell’esattore, è schiacciato dai debiti, e non può più pagare il proprietario. La legge è esplicita: essa dà ragione al proprietario. Ma voi, per cui le funzioni giuridiche non hanno ancora soffocato il sentimento della giustizia, voi, cosa farete? Domanderete forse che si getti sul lastrico il povero contadino – è la legge che lo vuole – o domanderete che il proprietario restituisca al contadino tutto il maggior valore che egli ha dato alla terra? È l’equità che l’impone. Da qual parte vi metterete voi? Per la legge, ma contro giustizia; o per la giustizia, ma contro la legge?

E quando degli operai avranno fatto sciopero, da qual parte vi metterete voi? Dal lato della legge, cioè per il padrone che approfittando della crisi ha potuto realizzare guadagni scandalosi, o contro 1a legge ma per gli operai che, in seguito al rincaro della vita, vedevano languire le 1oro donne e i loro figli? Difenderete voi 1’ipocrita affermazione della legge sulla «libertà di contrattazione» oppure sosterrete per equità che un contratto conchiuso fra colui che ha ben mangiato e colui che vende il suo lavoro per mangiare, fra il forte e il debole, non è un contratto libero?

Ecco un altro fatto. Un giorno, a Parigi, un uomo che gironzava attorno ad una macelleria rubò un pezzo di carne e fuggì. Venne arrestato e, interrogato si seppe che era un operaio disoccupato che digiunava già da quattro giorni, lui e la sua famiglia. Si supplicò il macellaio di perdonarlo ma quello volle il trionfo della giustizia! Lo denunziò e il pover’uomo fu condannato a sei mesi di carcere. Così volle la cieca Giustizia. La vostra coscienza non si solleverà contro la legge e contro la società, vedendo condanne simili ripetersi tutti i giorni? 

Oppure domanderete anche voi l’applicazione della legge contro quell’uomo che, disprezzato, maltrattato fin dall’infanzia, cresciuto senza udire mai una parola di simpatia, ha finito con l’uccidere il suo vicino per rubargli poche lire? Domanderete per lui la ghigliottina o, ciò che è ancor peggio, vent’anni di ergastolo, quando sapete che egli è più un malato che un delinquente, e che in ogni caso il suo delitto ricade sulla società intera? 

Domanderete che si gettino in prigione quegli operai che in un momento di furore, incendiarono la fabbrica dove faticano giorno e notte senza guadagnare abbastanza per vivere? Che si mandi ai lavori forzati quell’uomo che ha sparato contro un assassino coronato? Che sia fucilato quel popolo insorto che pianta sulle barricate la bandiera dell’avvenire? 

No, mille volte no! 

Se voi «ragionate», invece di ripetere ciò che vi fu insegnato; se voi analizzate e spogliate la legge da quelle nubi di finzioni che la circondano, per nasconderne l’origine – questa legge che è il diritto del più forte, e la cui sostanza è sempre stata la consacrazione di tutte le oppressioni, retaggio della storia sanguinosa dell’umanità –, voi sentirete un supremo disprezzo per essa. Capirete che restando al servizio della legge scritta vi metterete ogni giorno di più in opposizione con la legge della coscienza; e siccome questa lotta non può durare, o voi farete tacere la vostra coscienza e diventerete un birbante, o romperete il legame della tradizione e verrete a lavorare con noi per 1’abolizione di tutte le ingiustizie economiche, politiche e sociali. 

Ma allora sarete socialista anarchico, sarete rivoluzionario. 

E voi, giovani ingegneri, che applicando la scienza al1’industria credete di migliorare le condizioni dei lavoratori, sapete quanti disinganni, quante delusioni vi aspettano? 

Voi consacrate la vostra giovane energia allo studio del progetto di una ferrovia che, strisciando sull’orlo dei precipizi e forando il cuore delle montagne, congiungerà due popoli separati dalla natura. Ma una volta all’opera, voi vedete in quella tetra galleria centinaia di operai decimati dalle privazioni e dalle malattie, ne vedete altri ritornare alle 1oro case portandovi appena qualche lira e i germi manifesti della tisi, vedete i cadaveri umani segnare ogni metro di avanzamento della vostra ferrovia, mentre i grassi banchieri che sono stati tranquillamente a casa senza far nulla si godranno i lauti dividendi; e quando 1’avete terminata, la vostra ferrovia, la vedete diventare una strada per i cannoni degli eserciti invasori. 

Voi dedicate la vostra gioventù ad una ricerca che deve semplificare la produzione e, dopo molti sforzi e molte notti insonni, giungete finalmente alla vostra preziosa scoperta. Ne fate la prova e il risultato supera le vostre stesse speranze. Diecimila, ventimila operai saranno gettati sul lastrico! Quelli che restano, la maggior parte fanciulli, sono ridotti allo stato di macchine! Tre, quattro, dieci padroni faranno fortuna e sguazzeranno nell’oro… E questo che avevate sognato?

Infine se voi studiate i recenti progressi industriali, vedrete che le operaie tessitrici non han guadagnato nulla, proprio nulla, dalla scoperta dei telai meccanici. Ogni macchina ha aumentato la disoccupazione. Così i minatori muoiono per anchilostoma sebbene vi siano le perforatrici a corona di diamante. Se voi discutete i problemi sociali con quella indipendenza di spirito che vi ha guidato nei problemi tecnici, arriverete necessariamente a questa conclusione: che sotto il regime della proprietà privata e del salario, ogni nuova scoperta, lungi dall’aumentare il benessere del lavoratore, non fa che rendere la schiavitù più dura, il suo lavoro più brutale, la disoccupazione più frequente, le crisi più acute, e colui che possiede già tutti i godimenti è il solo che ne approfitta. 

Cosa farete quando sarete arrivati a questa conclusione? O cercherete di far tacere la vostra coscienza con dei sofismi e, rinunciando ai vostri bei sogni di gioventù, cercherete di impadronirvi, per vostro uso esclusivo, dei mezzi per godere la vita: entrerete allora nelle file degli sfruttatori. O, se avete cuore, direte: «Lavoriamo a trasformare il regime di produzione; quando la proprietà individuale sarà abolita, ogni nuovo progresso industriale sarà n beneficio per tutta 1’umanità; e tutti questi lavoratori, oggi ridotti allo stato di strumenti, diventeranno esseri ragionevoli che applicheranno nell’industria la loro intuizione, sostenuta dallo studio ed esercitata dal lavoro manuale; e allora il progresso tecnico prenderà uno slancio tale che farà in cinquant’anni ciò che oggi non possiamo nemmeno sognare». 

***

E cosa dirò al maestro di scuola, non a colui che considera la sua professione come un mestiere noioso ed ingrato ma a colui che, circondato da un allegro stuolo di fanciulli, si sente felice sotto i loro sguardi vivaci, in mezzo ai loro sorrisi, e cerca di svegliare in essi quelle idee umanitarie che egli stesso accarezzava quand’era giovane? 

Spesso ti vedo triste e so perché corrughi le ciglia. Oggi, il tuo scolaro prediletto leggeva la leggenda di Guglielmo Tell e la sua voce tremava, i suoi occhi brillavano, quando recitava pieno di entusiasmo questo verso di Schiller:

Davanti allo schiavo che spezza la sua catena 

Davanti all’uomo libero, non temere! 

Ma, rientrato in casa, sua madre, suo padre, suo zio, lo hanno sgridato duramente per una mancanza di riguardo usata verso il curato, o verso la guardia campestre; gli hanno cantato per un’ora l’antifona della «prudenza, del rispetto alle autorità, della sottomissione» e hanno fatto tanto che egli ha messo da parte Schiller per leggere invece L’arte di far fortuna nel mondo. 

E poi, appunto ieri, si diceva che i tuoi migliori scolari hanno fatto cattiva riuscita: uno non fa che sognare spalline da ufficiale, l’altro aiuta il suo principale a rubare il magro salario degli operai, e tu, che avevi messo tante speranze in quei giovani, rifletti ora sulla triste contraddizione che esiste fra la vita reale e la vita ideale! 

Vi rifletti ancora! Ma prevedo che fra due anni, dopo esser passato di delusione in delusione, metterai da parte i tuoi autori preferiti, e finirai col dire che Guglielmo Tell era certamente una brava persona, ma un po’ matto; che la poesia è una cosa eccellente accanto a un buon fuoco, specialmente dopo una giornata di scuola, quando si ha piena la testa di regole di aritmetica, ma che dopo tutto i signori poeti vagano sempre nelle nubi e i loro versi non hanno niente a che fare ne con la vita reale nè con la prossima visita dell’ispettore… 

O altrimenti i tuoi sogni di gioventù diventeranno la ferma convinzione dell’uomo maturo. Vorrai allora l’istruzione diffusa, umanitaria, per tutti, nella scuola e fuori dalla scuola, e vedendo che è impossibile ottenerla nelle attuali condizioni sociali, ti rivolgerai ad assalire le basi stesse della società borghese. Allora messo in disponibilità dal ministero, lascerai la scuola e verrai fra noi, verrai con noi per dire agli uomini meno istruiti di te ciò che lo studio ha di seducente, ciò che l’umanità deve essere, ciò che 1’umanità può essere. Verrai a lavorare con noi alla trasformazione del regime attuale nel senso dell’uguaglianza, della solidarietà, della libertà.

***

Finalmente voi, giovani artisti – scultori, pittori, poeti, musicisti –, non avete osservato che il fuoco sacro che ispirava i vostri predecessori manca a voi ed ai vostri compagni, che l’arte d’oggi è triviale che regna la mediocrità?

E potrebbe essere diversamente? La gioia d’aver ritrovato il mondo antico, di essersi ritemprati alle sorgenti della natura, che fece i capolavori de1 Rinascimento, non esiste più per 1’arte contemporanea; 1’idea rivoluzionaria 1’ha lasciata fredda finora, e, in mancanza d’idee, essa crede di averne trovata una nel rea1ismo, quando si diverte a fotografare in colori una goccia di rugiada o ad imitare i muscoli d’un bue, o a dipingere, in prosa o in versi, le turpitudini di un’orgia o lo spogliatoio d’una donna galante. 

Ma, se così è, che farci? direte voi. 

Se il fuoco sacro che voi dite di possedere non è che uno scarso lucignolo, allora continuerete a fare come avete sempre fatto, e la vostra arte degenererà ben presto nel mestiere per decorare i saloni dei bottegai, per buttar giù farse o libretti d’opera o romanzetti d’appendice per i giornali; sdrucciolerà rapidamente per questa china dozzinale. 

Ma se realmente il vostro cuore batte all’unisono con quello dell’umanità; se, veri poeti, avete 1’orecchio per intendere la vita; allora, davanti a questo mare di dolori la cui l’onda sale fino a voi, davanti a queste popolazioni morenti di fame, a questi cadaveri ammucchiati nelle miniere o ai piedi delle barricate, dinanzi alle innumerevoli vittime delle guerre capitalistiche, davanti a questi convogli di esiliati che vanno a seppellirsi fra le nevi della Siberia o sulle sabbie delle isole tropicali, davanti alle grida di dolore dei vinti ed alle orgie dei vincitori, all’eroismo in lotta con la viltà, agli impeti sublimi e alle basse cattiverie, voi non potrete più restare indifferenti; voi verrete a schierarvi dalla parte degli oppressi, perché saprete che il bello, il grande, il sublime, la vita insomma, sono dalla parte di quelli che combattono per la luce, per l’umanità, per la giustizia!

Ma m’interrompete dicendomi: 

– Diavolo, se la scienza astratta è un lusso e la pratica della medicina un’apparenza; se la legge è un’ingiustizia e le scoperte meccaniche un mezzo di speculazione; se la scuola in lotta con la pratica è certa di rimaner vinta, e l’arte senza l’idea rivoluzionaria non può giungere al popolo, cosa ci resta da fare? 

Ebbene, io vi rispondo: 

– Un lavoro immenso, più seducente di tutti, un lavoro nel quale le vostre azioni saranno in perfetto accordo con la vostra coscienza, un lavoro che può sedurre e trascinare i caratteri più nobili e più forti.

Qual è questo lavoro? – Ve lo dico subito.

III 

Otransigere continuamente con la propria coscienza e finire un giorno per dire a sé stessi: «Perisca l’umanità, purchè io possa avere tutti i godimenti e profittarne finché il popolo sarà tanto bestia da permettermelo». O schierarsi coi ribelli e lavorare con essi per la trasformazione completa della società. Questa è la conseguenza necessaria dell’analisi che abbiamo fatta, questa sarà sempre la conclusione logica alla quale dovrà addivenire ogni individuo intelligente, purchè egli ragioni onestamente su ciò che succede intorno a lui, purchè egli sappia farsi una ragione dei sofismi che la sua educazione borghese e l’opinione interessata di quelli che lo circondano vanno sussurrandogli all’orecchio.

Una volta arrivati a questa conclusione, la domanda: 

«Che fare?» viene naturalmente da sé.

La risposta è facile.

Uscite dall’ambiente nel quale siete stati allevati, e dove si usa dire che il popolo non è che una massa di canaglie, e andate verso questo popolo. Vedrete allora che dappertutto, in Europa come in America, in Asia, in Oriente, dappertutto dove esistono privilegiati ed oppressi, si prepara in seno alla classe operaia un lavoro gigantesco allo scopo di spezzare per sempre la schiavitù capitalistica e gettare le fondamenta di una società basata sulla giustizia e sull’uguaglianza. Al popolo di oggi non basta più esprimere i suoi lamenti con una di quelle strazianti melodie che cantavano i servi nel diciottesimo secolo, e che il contadino slavo ripete ancora; il popolo di oggi lavora con la piena coscienza di ciò che fa e lotta contro tutti gli ostacoli per la sua emancipazione. 

Il pensiero popolare si affanna costantemente a indovinare cosa si deve fare affinché la vita, invece di essere una maledizione per i tre quarti dell’umanità, diventi felicità per tutti; esso affronta i più ardui problemi della sociologia e cerca di risolverli col suo buon senso, col suo spirito di osservazione, con la sua dura esperienza. Per intendersi con gli altri miserabili suoi pari, il popolo cerca di unirsi, di organizzarsi; si costituisce in società sostenute penosamente con lievi contributi; cerca di accordarsi attraverso i confini, e, meglio di tutti i filantropi retorici, prepara il giorno in cui saranno impossibili le guerre fra i popoli. Per sapere cosa fanno i suoi fratelli, per meglio conoscerli, per elaborare le sue idee e diffonderle, esso sostiene – a prezzo di quali sacrifici e di quante privazioni! – la sua stampa operaia. Finalmente, quando l’ora è giunta, esso si leva e, tingendo con il suo sangue le barricate, si slancia alla conquista di quelle libertà che più tardi i ricchi ed i potenti sapranno corrompere in privilegi per ritorcerle ancora contro di lui. 

Quanti sforzi continui! Che lotta incessante! Che lavoro sempre ricominciato, ora per colmare i vuoti causati dalle diserzioni, conseguenze della stanchezza, della corruzione, delle persecuzioni; ora per rifare le file diradate dai fucili e dai cannoni; ora per riprendere gli studi interrotti bruscamente dalle stragi in massa!

I giornali sono creati da uomini che hanno dovuto rubare alla società briciole d’istruzione, privandosi del sonno e del cibo; l’agitazione è sostenuta con denari tolti allo stretto necessario, spesso sul puro pane; e tutto ciò con la continua apprensione di vedere la propria famiglia ridotta nella più squallida miseria, appena che il padrone di accorgerà che «il suo operaio, i suo schiavo, è un sovversivo!»

Ecco ciò che vedrete andando tra il popolo.

***

E in quella lotta senza fine, quante volte il lavoratore, annientato sotto il peso degli ostacoli, si è domandato invano: «Dove sono dunque questi giovani che hanno ricevuto 1’istruzione a nostre spese, questi giovani che noi abbiamo nutriti e vestiti mentre studiavano? Per i quali, con la schiena curva sotto i pesi e con il ventre vuoto, noi abbiamo costruito tante case, tante scuole, tanti musei? Per i quali, con il volto livido noi abbiamo stampato quei bei libri che noi non possiamo nemmeno leggere? Dove sono questi professori che dicono di possedere la scienza umanitaria mentre invero l’umanità vale per essi meno di qualche rara specie di vermi? Questi democratici che parlano di libertà e non ne difendono mai la nostra calpestata ogni giorno? Questi scrittori, questi poeti, questi pittori, tutta questa schiera d’ipocriti insomma, che parlano a1 popolo con finte lacrime e non sono mai stati tra noi per aiutarci nei nostri lavori?» Gli uni vanno beandosi nella loro vile indifferenza; gli altri, i più disprezzano «la canaglia» e sono pronti a gettarsi su di essa, se vuol toccare i loro privilegi.

Ogni tanto spunta, è vero, qualche giovane che sogna fucili e barricate e cerca delle scene a sensazione, ma egli diserta la causa del popolo quando s’accorge che la via della rivoluzione è lunga e che su quella via le corone di lauri che egli cerca sono sparse di spine. Più spesso sono gli ambiziosi insaziati che, dopo aver fallito nei primi tentativi,cercano di accattivarsi i voti del popolo, ma che più tardi saranno i primi a tuonargli contro appena vorrà applicare i principi da essi professati; fors’anche gli faranno sparare i cannoni addosso, quando oserà muoversi prima ch’essi, i capifila, abbiano dato il segnale.

Aggiungete, alla sciocca ingiuria, il superbo disprezzo, la vile calunnia da parte della gente benpensante, e avrete tutto ciò che il popolo riceve ora dalla gioventù borghese come aiuto nella sua evoluzione verso la società libera.

***

E dopo tutto ciò, vi domanderete ancora: «Che fare?», quando tutto un esercito di giovani troverebbe da applicare la forza delle loro giovani energie, delle loro intelligenze, per aiutare il popolo nel lavoro immenso che ha intrapreso!

Voi, amanti della scienza pura, se siete penetrati dai principi del socialismo anarchico, se avete compreso tutta l’importanza della rivoluzione che si prepara, non vedete che tutta la scienza dev’essere rifatta per metterla in accordo coi nuovi principi? Che si tratta di fare in questo campo una rivoluzione molto più importante della riforma scientifica del diciottesimo secolo? Non comprendete che la storia – oggi favola prescritta sulla grandezza dei re, degli uomini illustri e dei parlamenti – è tutta da rifare dal punto di vista popolare, dal punto di vista del lavoro compiuto dalle masse nell’evoluzione dell’umanità? Che l’economia sociale – oggi consacrazione della speculazione capitalista – è tutta da elaborare di nuovo, tanto nei suoi principi fondamentali quanto nelle sue innumerevoli applicazioni? Che l’antropologia, la sociologia, l’etica devono essere rifatte completamente, e che le scienze naturali, studiate sotto un nuovo aspetto, devono subire una modificazione profonda nel modo di concepire i fenomeni naturali e nel metodo di esporli?

Ebbene, fatelo! Mettete le vostre cognizioni al servizio di una buona causa! Ma soprattutto venite ad aiutaci colla vostra logica stringente per combattere i pregiudizi secolari, per elaborare la sintesi d’una migliore organizzazione sociale; soprattutto insegnateci ad applicare ai nostri ragionamenti l’ardimento della investigazione scientifica e, predicando con l’esempio, mostrateci come si sacrifica la vita per il trionfo della verità!

Tu, medico, che la dura esperienza ha condotto al socialismo anarchico, non stancarti di dirci oggi, domani, in ogni giorno e in ogni occasione, che l’umanità cammina verso la sua rovina se resta nelle attuali condizioni di esistenza e di lavoro; che le tue medicine resteranno impotenti contro le malattie fintantoché i nove decimi dell’umanità vivranno in condizioni assolutamente contrarie a ciò che vogliono la scienza e l’igiene; che sono le cause dei mail che si devono eliminare e come ciò si può fare. Vieni dunque a sezionare con mano sicura questa società in decomposizione, per dirci che vi deve e che vi può essere un’esistenza razionale e, da vero medico, vieni a ripeterci che non si deve esitare davanti all’amputazione di un membro in cancrena che può infettare tutto il corpo.

Tu, che lavori invece per applicare la scienza all’industria, vieni a dirci francamente il risultato delle tue scoperte; fa intravedere, a quelli che non osano ancora lanciarsi arditamente verso l’avvenire, quanto il sapere sia gravido di nuove invenzioni, come potrebbe essere benefica l’industria quando fosse sottratta allo sfruttamento capitalistico, quanto l’uomo potrebbe produrre se lavorasse sempre per il benessere collettivo. Porta dunque al popolo il concorso della tua intelligenza, del tuo spirito pratico e del tuo talento d’organizzazione, invece di metterli al servizio degli sfruttatori.

Voi, poeti, pittori, scultori, musicisti, se avete compreso la vostra missione e gli interessi stessi dell’arte vostra, venite a mettere la vostra penna, il vostro pennello, il vostro scalpello, al servizio della rivoluzione. Raccontateci col vostro stile immaginoso, o con i vostri quadri sorprendenti, le titaniche lotte dei popoli contro i loro oppressori; infiammate i giovani cuori con quel potente soffio rivoluzionario che animava i nostri antenati; dite alla donna ciò che di bello l’attività del marito se egli consacra la sua vita alla grande causa dell’emancipazione sociale. Mostrate al popolo ciò che la vita attuale ha di turpe, e fategli toccare con mano le cause di questa turpitudine; ditegli ciò che sarebbe una vita razionale se essa non urtasse ad ogni passo contro la inettitudine e le ignominie dell’ordine sociale attuale. 

Insomma, voi tutti che avete cultura e talento, se avete cuore, venite, voi e le vostre compagne,a metterli al servizio di quelli che ne hanno maggiormente bisogno. E sappiate che se voi venite, non come padroni, ma come compagni di lotta; non per governare, ma per ispirarvi in un ambiente nuovo che cammina alla conquista dell’avvenire; non per insegnare, ma per comprendere le aspirazioni delle masse, per indovinarle, per formularle, e poi lavorare senza posa, continuamente e con tutto lo slancio della gioventù, a farle entrare nella vita; sappiate che allora, ma allora soltanto voi vivrete una vita perfetta, una vita razionale. Vedrete che ogni sforzo fatto in questa vita porta largamente i suoi frutti; questo sentimento di accordo fra i vostri atti e la voce della vostra coscienza vi darà forze che non sospettavate nemmeno latenti in voi stessi.

La lotta costante per la verità, per la giustizia, per l’eguaglianza in mezzo al popolo, cosa volete di più bello nella vita?

IV

Ho dovuto impiegare tre lunghi capitoli per dimostrare ai giovani della borghesia che, davanti al dilemma loro posto dall’esistenza, essi saranno costretti, se coraggiosi e sinceri, a schierarsi coi socialisti anarchici e ad abbracciare la causa della rivoluzione sociale. Questa verità è così semplice! Ma, parlando con quelli che hanno subito l’influenza della vita borghese, quanti sofismi da combattere, quanti pregiudizi da vincere, quante obiezioni interessate da confutare!

Certamente posso essere più breve parlando a voi, giovani del popolo. La forza stessa delle cose vi spinge ad essere ribelli, appena abbiate il coraggio di ragionare e di agire secondo i vostri ragionamenti. Infatti il socialismo moderno è scaturito dalle profondità stesse del popolo. Se alcuni pensatori, venuti dalla borghesia, gli portarono la sanzione della scienza e l’appoggio della filosofia, il fondo delle idee che essi hanno enunciato rimane ugualmente un prodotto dello spirito collettivo del popolo lavoratore. Questo socialismo positivo, razionale e internazionalista (che nella sua finalità estrema giunge al comunismo libertario) è stato elaborato nelle libere organizzazioni operaie, sotto la diretta influenza delle masse. E gli scrittori che hanno dato il loro consenso a questo lavoro di elaborazione non hanno fatto altro che trovare la formula da dare alle aspirazioni già viventi fra i lavoratori.

Uscire dalle file del popolo lavoratore, e non consacrarsi al trionfo del socialismo, è dunque disconoscere i suoi veri interessi e rinnegare la sua causa e la sua missione storica, che è quella della totale redenzione dell’umanità.

***

Vi ricordate del tempo quando, o giovani operai, ancora fanciulli, nelle uggiose giornate d’inverno scendevate a giocare nella triste viuzza di casa vostra? Il freddo vi pungeva le carni attraverso i vostri leggeri vestiti ed il fango riempiva le vostre scarpe sfondate. Allora di già, quando vedevate passare da lontano quei fanciulli paffuti e vestiti riccamente, che guardavate con aria sdegnosa, sapevate benissimo che essi, tanto lisciati e accarezzati, valevano meno di voi e dei vostri compagni, per intelligenza, per buon senso, per energia. Ma più tardi, quando dovete rinchiudervi in una tetra officina e restare dieci o dodici ore presso una macchina rumorosa e seguire giorno per giorno, per anni interi, i suoi movimenti automatici e spietati; durante tutto quel tempo, essi andavano tranquillamente a studiare nei collegi, nelle scuole, nelle università. Ed ora, quegli stessi fanciulli, meno intelligenti, ma più istruiti di voi, e diventati vostri padroni godranno tutti i benefici della civiltà… E a voi cosa spetta?

Voi entrate in una misera abitazione, tetra ed umida, dove cinque o sei creature brulicano nello spazio di pochi metri quadrati; dove vostra madre, affaticata per l’esistenza, invecchiata più per gli stenti che per l’età, vi offre un misero cibo e un liquido nerastro che chiamano caffè; dove, per tutta distrazione, avete ogni domanda da farvi, quella di sapere come pagherete domani il vostro debito con il fornaio e dopodomani quello con il padrone di casa!

Non basta! Dovrete trascinare la stessa esistenza miserabile che vostro padre e vostra madre condussero per trenta o quarant’anni! Lavorare tutta la vita per procurare a pochi i conforti del benessere, del sapere, dell’arte, e tenere per voi l’eterna pena del lavoro… Rinunciare per sempre a tutto ciò che rende la vita bella per consacrarsi a fornire tutti i piaceri ad un manipolo di oziosi… Consumarsi nel lavoro e non conoscere che gli stenti, od anche la miseria, quando la terribile mancanza di lavoro raggiungerà anche il vostro mestiere… È questo che voi desiderate dalla vita?

***

Forse vi rassegnerete. Non vedendo alcuna via di uscita dalla vostra triste condizione, forse direte fra voi: «Intere generazioni hanno subito la mia sorte, ed io, che non posso mutarla, la subirò ugualmente. Animo dunque, lavoriamo e procuriamo di vivere meglio».

Sia pure! Ma allora la vostra esistenza stessa verrà ad istruirvi.

Un giorno ci sarà una crisi nell’industria, una di quelle crisi non più passeggere, come altre volte, ma che annientano intere fabbriche, che gettano nella miseria migliaia di lavoratori e ne decimano le famiglie. Voi lotterete come gli altri contro questa calamità. Ma vi accorgere ben presto che vostra moglie, i vostri figli, i vostri amici soccombono poco a poco alle privazioni, deperiscono a vista d’occhio e, privi di cibo, privi di cure, finiscono distesi sopra un miserabile giaciglio. E intanto la vita risuona allegra nelle vie inondate di sole della grande città, noncurante di quelli che muoiono di stenti. Comprenderete allora ciò che questa società ha di ributtante, penserete alle cause della crisi e scruterete tutte le profondità di quelle inique leggi economiche che espongono migliaia di uomini alla cupidigia di un pugno di fannulloni; concorderete con i socialisti anarchici quando dicono che la società attuale può e deve essere trasformata totalmente.

Un altro giorno, allorché i vostri padroni, con una nuova riduzione di salario, cercheranno di rubarvi ancora una lira per ingrossare d’altrettanto il loro capitale, voi protesterete; ma essi vi risponderanno con arroganza: «Se non siete contenti, andate altrove». Comprenderete allora che i vostri padroni non solo cercano di tosarvi come una pecora, ma vi considerano ancor meno di un animale qualunque; che, non contenti di tenervi nelle loro unghie per mezzo del salario, essi aspirano a rendervi schiavi sotto tutti i rapporti. Allora voi, o curverete la schiena, e rinunciando al sentimento della dignità umana, finirete per subire tutte le umiliazioni; o il sangue vi salirà alla testa, avrete orrore della china fatale sulla quale sdrucciolate, e risponderete; gettati sul lastrico, allora concorderete con i socialisti anarchici quando dicono: «Rivoltatevi! Rivoltatevi contro la schiavitù economica che è la causa di tutte le schiavitù!» Allora voi verrete a prendere il vostro posto nelle file dei socialisti anarchici e lavorerete con essi per l’abolizione di tutte le schiavitù: economiche, politiche e sociali.

Un altro giorno ancora vi racconteranno la storia di quella fanciulla della quale amavate tanto lo sguardo sincero, la persona snella e la parola vivace. Dopo aver lottato per anni ed anni contro la miseria, ella abbandonò il villaggio natio per venire in città. Sapeva che qui la lotta per l’esistenza sarebbe stata dura, ma sperava quantomeno di potersi guadagnare onestamente il pane. Purtroppo, corteggiata da un giovane borghese, ella si lasciò sedurre dalle sue belle parole e si diede a lui con tutto l’ardore della gioventù, per vedersi poi abbandonata, dopo un anno, con un bambino tra le braccia. Sempre coraggiosa, non ha mai cessato di lottare; ma, in questa lotta diseguale contro la fame e il freddo, alla fine ha perso ed è morta sola in un ospedale…

Che farete voi, allora? Scaccerete lontano ogni ricordo doloroso con queste stupide parole: «Non è la prima e non sarà l’ultima che finisce così», e alla sera, insieme con compagni brutali, andrete in una taverna ad offendere con oscene parole la memoria della povera fanciulla? Oppure questo ricordo vi turberà il cuore; voi cercherete l’infame seduttore per gettargli in faccia il suo delitto; penserete alle cause di questi fatti, che si ripetono ogni giorno, e capirete che non cesseranno finché la società sarà divisa in due campi; nell’uno i miserabili, nell’altro gli oziosi, i gaudenti dalle maniere educate e dagli appetiti bestiali. Capirete che ormai è tempo di colmare questo abisso che li separa e correrete a schierarvi fra i socialisti anarchici.

***

E voi, donne del popolo, resterete fredde davanti a questo racconto? Accarezzando la testa bionda di quella bambina che si stringe alle vostre vesti, non penserete mai alla sorte che l’aspetta se lo stato attuale della società non si cambia? Non penserete mai all’avvenire che è riservato alle vostre giovani sorelle, ai vostri fanciulli? Volete che i vostri figli debbano vegetare come ha vegetato il loro padre, senz’altra gioia che quella della taverna? Volete che vostro figlio e vostro marito restino sempre alla mercè del primo venuto che ha ereditato un capitale da sfruttare? Volete che essi restino sempre schiavi del padrone, la carne da cannone dei potenti, il letamaio che serve da ingrasso per i campi dei ricchi?

No, mille volte no! Io so che il vostro sangue ribolle da quando avete saputo che i vostri mariti, dopo aver cominciato uno sciopero, hanno finito con l’accettare, con il cappello in mano, le condizioni dettate superbamente dal grasso borghese! Io so che avete ammirato quelle donne spagnole che andavano nelle prime file a presentare i loro petti alle baionette dei soldati durante le sommosse! Io so che ripetete con rispetto il nome di quella donna che piantò una palla nel petto del tiranno che oltraggiava un socialista prigioniero. Io so pure che il vostro cuore batteva d’entusiasmo, quando leggevate che le donne di Parigi si riunivano sotto una pioggia di obici per incitare i loro uomini all’eroismo.

Io lo so e perciò non dubito che voi pure finirete col raggiungere quelli che lavoravano per la conquista dell’avvenire.

***

voi tutti, giovani sinceri, uomini e donne, contadini, operai, impiegati, soldati, voi comprenderete i vostri diritti e verrete con noi! Voi verrete coi vostri fratelli a preparare quella rivoluzione che abolirà tutte le schiavitù, spezzerà tutte le catene, romperà le vecchie tradizioni, aprirà all’umanità nuovi orizzonti e stabilirà finalmente nella società umana la vera uguaglianza, la vera libertà, il lavoro di tutti e per tutti, il pieno godimento per tutti dei frutti del lavoro, il pieno godimento di tutte le facoltà, la vita razionale, libera e felice!

E non venite a dirci che siamo un piccolo manipolo, troppo debole per raggiungere il grande scopo che ci proponiamo.

Contiamoci e vediamo in quanti siamo a sopportare l’ingiustizia. Contadini, che lavoriamo la terra degli altri facendola fruttare per ingrassare i proprietari, noi siamo milioni di uomini; siamo così numerosi che noi soli formiamo la gran massa del popolo. Operai, che tessiamo la tela e il velluto per vestirci di cenci, noi pure siamo moltitudini immense; e quando il fischio delle sirene ci permette un momento di riposo, noi inondiamo le vie e le piazze come un mare muggente. Soldati, che siamo condotti col bastone, che riceviamo le palle mentre gli ufficiali ricevono le medaglie, noi, poveri imbecilli, che finora non abbiamo saputo che fucilare i nostri fratelli, ci basterà di far fronte indietro per vedere impallidire di paura quei pochi uomini gallonati che ci comandano. Noi tutti che soffriamo oltraggiati, noi siamo la turba immensa, noi siamo il mare che può tutto inghiottire. Quando lo vorremo basterà un momento e giustizia sarà fatta.

 

 

 

Il canto d’amore di J.Alfred Prufrock

Quando lessi per la prima volta questa poesia mi colpì come una scure. Non servì sezionarla,  capirla, bastò ascoltarla, arrendersi alla sua musicalità. Subirla.

Questa poesia è un monito per tutti noi, e un canto di dolore. La sofferenza di Prufrock è la sofferenza di chi ha visto e riconosciuto il male ma è rimasto a guardare. La consapevolezza giunge troppo tardi, quando gli esiti di una vita rimandata volgono al termine.

Il canto d’amore di J.Alfred Prufrock

Allora andiamo, tu ed io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;
Andiamo, per certe strade semideserte,
Mormoranti ricoveri
Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo
E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche;
Strade che si succedono come un tedioso argomento
Con l’insidioso proposito
Di condurti a domande che opprimono…
Oh, non chiedere « Cosa? »
Andiamo a fare la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri,
Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri
Lambì con la sua lingua gli angoli della sera,
Indugiò sulle pozze stagnanti negli scoli,
Lasciò che gli cadesse sulla schiena la fuliggine che cade dai camini,
Scivolò sul terrazzo, spiccò un balzo improvviso,
E vedendo che era una soffice sera d’ottobre
S’arricciolò attorno alla casa, e si assopì.

E di sicuro ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un tè col pane abbrustolito

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

E di sicuro ci sarà tempo
Di chiedere, « Posso osare? » e, « Posso osare? »
Tempo di volgere il capo e scendere la scala,
Con una zona calva in mezzo ai miei capelli –
(Diranno: « Come diventano radi i suoi capelli! »)
Con il mio abito per la mattina, con il colletto solido che arriva fino al mento,
Con la cravatta ricca e modesta, ma asseríta da un semplice spillo –
(Diranno: « Come gli son diventate sottili le gambe e le braccia! »)
Oserò
Turbare l’universo?
In un attimo solo c’è tempo
Per decisioni e revisioni che un attimo solo invertirà

Perché già tutte le ho conosciute, conosciute tutte: –
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè;
Conosco le voci che muoiono con un morente declino
Sotto la musica giunta da una stanza più lontana.
Così, come potrei rischiare?
E ho conosciuto tutti gli occhi, conosciuti tutti –
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
E quando sono formulato, appuntato a uno spillo,
Quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro
Come potrei allora cominciare
A sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e delle mie abitudini? .
Come potrei rischiare?
E ho già conosciuto le braccia, conosciute tutte –
Le braccia ingioiellate e bianche e nude
(Ma alla luce di una lampada avvilite da una leggera peluria bruna!)
E’ il profumo che viene da un vestito
Che mi fa divagare a questo modo?
Braccia appoggiate a un tavolo, o avvolte in uno scialle.
Potrei rischiare, allora?-
Come potrei cominciare?

. . . . . . . . . . . .

Direi, ho camminato al crepuscolo per strade strette
Ed ho osservato il fumo che sale dalle pipe
D’uomini solitari in maniche di camicia affacciati alle finestre?…

Avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli
Che corrono sul fondo di mari silenziosi

. . . . . . . . . . . . .

E il pomeriggio, la sera, dorme così tranquillamente!
Lisciata da lunghe dita,
Addormentata… stanca… o gioca a fare la malata,
Sdraiata sul pavimento, qui fra te e me.
Potrei, dopo il tè e le paste e, i gelati,
Aver la forza di forzare il momento alla sua crisi?
Ma sebbene abbia pianto e digiunato, pianto e pregato,
Sebbene abbia visto il mio capo (che comincia un po’ a perdere i capelli)
Portato su un vassoio,
lo non sono un profeta – e non ha molta importanza;
Ho visto vacillare il momento della mia grandezza,
E ho visto l’eterno Lacchè reggere il mio soprabito ghignando,
E a farla breve, ne ho avuto paura.

E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata e il tè,
E fra la porcellana e qualche chiacchiera
Fra te e me, ne sarebbe valsa la pena
D’affrontare il problema sorridendo,
Di comprimere tutto l’universo in una palla
E di farlo rotolare verso una domanda che opprime,
Di dire: « lo sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti,
Torno per dirvi tutto, vi dirò tutto » –
Se una, mettendole un cuscino accanto al capo,
Dicesse: « Non è per niente questo che volevo dire.
Non è questo, per niente. »
E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Ne sarebbe valsa la pena,
Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia,
Dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne strascicate sul pavimento
E questo, e tante altre cose? –
E’ impossibile dire ciò che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno dei nervi su uno schermo:
Ne sarebbe valsa la pena
Se una, accomodandosi un cuscino o togliendosi uno scialle,
E volgendosi verso la finestra, dicesse:
« Non è per niente questo,
Non è per niente questo che volevo dire. »

. . . . . . . . . . .

No! lo non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo;
Io sono un cortigiano, sono uno
Utile forse a ingrossare un corteo, a dar l’avvio a una scena o due,
Ad avvisare il principe; uno strumento facile, di certo,
Deferente, felice di mostrarsi utile,
Prudente, cauto, meticoloso;
Pieno di nobili sentenze, ma un po’ ottuso;
Talvolta, in verità, quasi ridicolo –
E quasi, a volte, il Buffone.

Divento vecchio… divento vecchio…
Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.

Dividerò i miei capelli sulla nuca? Avrò il coraggio di mangiare una pesca?
Porterò pantaloni di flanella bianca, e camminerò sulla spiaggia.
Ho udito le sirene cantare l’una all’altra.

Non credo che canteranno per me.

Le ho viste al largo cavalcare l’onde
Pettinare la candida chioma dell’onde risospinte:
Quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera.

Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
Con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune
Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.

T.S. Eliot

Capitalismo, lotte e divisione

Incontro una cara persona che vive qui in quartiere, una donna che nella vita ha avuto molte occasioni per soffrire ma che ha sempre tenuto duro. Una famiglia unita, un grave lutto,  le difficoltà di crescere una figlia da sola con economie normali. Poi a rincarare la dose, il cancro, un’altra guerra. Adesso la figlia è grande, si è laureata ed è entrata nel favoloso mondo del precariato,  vive col suo ragazzo. Un meticcio super boss e una bella pastora rimangono a farle compagnia. Mentre i nostri cani giocano mi racconta di quanto stia facendo fatica sul posto di lavoro e di come non aspetti altro che di andare in pensione. La donna infatti ha una certa età e lavora alla Coop da circa venticinque/trent’anni. Ha lavorato in tutti i reparti, con o senza ruoli di responsabilità. Le vogliono tutti bene, perché non si può non volerle bene. Non si può non volere bene ad una persona sempre pronta a tendere la mano al prossimo, ad accollarsi fatiche e pensieri. Qui in quartiere siamo in molti a volerle bene. Un animo grande, discreto e generoso. Veramente. Adesso lavora in cucina, dove si cucinano le cose per il banco. Fa le lasagne anche:) La nuova responsabile di reparto è una giovane rampante e  incompetente che sta creando disagi a tutti e ostacolando una buona organizzazione, fissando turni impossibili e perseguibili a livello sindacale. Mi spiega come il suo contesto di lavoro sia cambiato nel tempo “prima ci sentivamo parte attiva del posto di lavoro ora siamo diventati numeri”. Ops! Si scoprono gli altarini. Il modello   supermercato non è stato creato per servire l’uomo ma per servire l’economia. (In questo caso probabilmente è arrivato soltanto un pesce più grosso. Le economie Coop vanno calando, sono in atto chiusure e licenziamenti su tutto il territorio italiano.) Per rivendicare i suoi diritti la donna ha fatto le sue rimostranze al direttore, che con tutti i sorrisi del mondo, non ha mosso un dito. Non sentendo più il senso del suo lavoro ha iniziato a fare il giusto. Lei, che ha un senso del dovere e un’etica del lavoro fortissima, se può si mette in mutua. Protestando per gli orari (turni che finiscono tardi alla sera e attaccano la mattina presto, doppi turni non previsti dal contratto) ha minacciato di rivolgersi ai sindacati. La ragazzina manager adesso non le rompe più i coglioni, ma i colleghi si sono lamentati con lei perché questi turni impossibili sono ricaduti su di loro. Che assurdità no? Siccome lei è cazzuta, ha risposto che non gliene può fregare di meno, “finché voi continuerete a dare la disponibilità loro continueranno a metterli per cui è colpa vostra”. Per non parlare, mi dice, dei precari, che non possono dire niente, altrimenti avanti il prossimo.

Qualche settimana fa un’amica ci racconta di una ragazzina, si è tagliata il dito sul posto di lavoro, sangue, punti. Peccato che quel giorno non doveva essere lì. Peccato che quella non era la sua mansione da contratto. Peccato che ha un contratto da 20 ore e ne lavora 40. Le hanno chiesto di non mettersi in infortunio. Lei è giovane e non sa nulla dei suoi diritti. Ne parla con la nostra amica che cerca di aprirle gli occhi.

Un’altra ragazza ci racconta del trattamento ricevuto in un nota catena di intimo,  Tezenis, ci parla della sua esperienza da lavoratrice là dentro, la sua voce è sentita, la sua rabbia è profonda, lei sa che è il sistema che è marcio, ma quando devi campare. Ci raccontava che c’è un sensore all’ingresso che conta quante persone entrano. Il computer fa una media dell’incasso con la quantità dei clienti entrati e la manager della situazione tiranneggia costantemente le commesse urlandogli che i numeri devono salire.

Raccolgo tanta rabbia, tutti i giorni, eppure, nessuno partecipa alle lotte di nessuno, ci hanno diviso, hanno vinto. Siamo specializzati anche nelle lotte e ancora non abbiamo la lungimiranza di capire che ogni cosa è collegata all’altra, e che quando si ledono i diritti di uno si rende possibile ledere i diritti di tutti.

Che non c’è nessun diritto da conquistare ma soltanto un sistema perverso da demolire e ricostruire su basi nuove.

Guerre, morti, immigrazione, multinazionali, un gasdotto che taglierà l’Italia intera sulla dorsale appenninica, ponti che crollano, cisterne che saltano, licenziamenti, sfruttamento, precariato, caporalato e via dicendo. Questo sistema che abbiamo dato per scontato si regge sullo sfruttamento di uomini, donne e  territori.

E’ come se l’imbuto del capitalismo si stesse stringendo sempre più e sempre più velocemente. La globalizzazione sta mostrando finalmente il suo volto. Siamo testimoni diretti degli esiti del bum economico e industriale, il post capitalismo è già iniziato e sarà sempre peggio, in modo sempre più spinto.

Siamo tutti coinvolti, si tratta di scegliere che parte vogliamo avere in tutto questo.